Dott.ssa Simonetta Pasqualetti
Psicologa, Psicoterapeuta,
Terapia Cognitivo Comportamentale, EMDR                     +393339416372
     

Tristezza: da emozione a patologia


Cos’è la tristezza? 

Da emozione…

Le esperienze di vita hanno continua risonanza sul nostro umore. Sono normali variazioni che si esprimono lungo un continuum che può andare dal sentirci energici e felici perché ci percepiamo sicuri, in grado di gestire le situazioni, di realizzare i nostri desideri, soddisfatti della nostra vita, a giù di tono e tristi perché ci sentiamo incerti, incapaci, come se non riuscissimo a trovare un senso al nostro vivere. 

La tristezza è un’emozione che ci segnala un senso di perdita: la perdita di una persona cara, di un ideale, di un lavoro, di oggetti, di una visione di sé stessi o degli altri, la fine di una relazione amorosa. E’ un’emozione che mette a freno il nostro interesse verso distrazioni e piaceri, che instaura una sorta di ritiro riflessivo, che ci sottrae l’energia per intraprendere nuove esperienze. 

Tutto questo avviene per permetterci di fissare l’attenzione su ciò che abbiamo perduto, riflettere e comprendere il significato dell’accaduto, adeguarci psicologicamente alla perdita, elaborare un lutto e prendere atto della perdita. E’ dunque un processo di adattamento alla perdita, alla fine del quale potremo ritrovare la voglia di riaprirci a nuovi progetti e situazioni.

…a patologia.       
        
Quando lo stato di tristezza va verso un senso di perdita sempre più generalizzato, alimentato da una visione negativa di sé, degli altri e del mondo, che riguarda “presente – passato – futuro” e perdura nel tempo, può significare che stiamo entrando in una dimensione depressiva.

La persona è sempre più condizionata dalla percezione del proprio stato emotivo e dalle limitazioni che esso comporta. Una volta che tale processo ha inizio, viene a crearsi una spirale negativa fra stato affettivo (disperazione, disforia, senso di impotenza, perdita di interessi, perdita affettività, sensi di colpa…), cognizioni (demotivazione, pensieri negativi, distorsioni cognitive, prospettive negative, difficoltà di concentrazione, difficoltà di memoria…) comportamenti (passività, rallentamento o agitazione motoria, isolamento…) stati fisiologici (disturbi del sonno, dell’appetito, della sessualità, faticabilità, astenia, secchezza fauci, digestione difficile, problemi intestinali...). Un circolo vizioso che si autoalimenta e mantiene, che fa provare disperazione e un senso di incurabilità. 

SINTOMI DEPRESSIVI: affettivi ⇔ cognitivi ⇔  comportamentali ⇔  fisiologici

La persona si sente responsabile, addirittura colpevole del proprio stato di sofferenza. Nonostante in psichiatria si parli del disturbo depressivo come un fenomeno temporaneo e reversibile, che si può manifestare in periodi distinti, circoscritti nel tempo, con assenza di malattia per anni o addirittura per il resto della vita, la persona depressa prova una profonda convinzione di inguaribilità. Ma anche questo è un aspetto caratteristico della malattia. Non si tratta, dunque, di mancanza di volontà o di impegno, ma degli effetti della malattia sulla persona.

Sulla base delle specificità di alcune componenti depressive e la compresenza di altri sintomi psicopatologi, possono configurarsi diversi quadri diagnostici quali ad esempio il Disturbo depressivo maggiore, il Disturbo depressivo persistente (Distimia), il Disturbo disforico premestruale, il Disturbo Bipolare, il Disturbo ciclotimico.

 

     

 

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